
di Paola Govoni
Un gruppo di imprenditori, intellettuali e amministratori, convinti
della necessità di dare a Bologna un impulso per accorciare le distanze
con il resto d'Europa, decise nel 1885 di organizzare una grande Esposizione.
Doveva tenersi nel 1888 insieme ai festeggiamenti per l'ottavo
centenario dell'Università, che in quell'occasione si proclamava
l'università più antica dell'occidente.
Il 6 maggio 1888 Bologna inaugurava così un'Esposizione sul modello
di quelle che da tempo ogni primavera, nelle grandi e piccole città
d'Europa e degli Stati Uniti, presentavano ai visitatori le ultime novità
dell'età del progresso. |
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Le Esposizioni avevano radici lontane, ma la loro stagione gloriosa,
caratterizzata dalle macchine a vapore e dall'elettricità, era cominciata
nel 1861 con l'Esposizione Universale al Crystal Palace di Londra, che aveva
attirato ben sei milioni di visitatori. |
| Nella seconda metà dell'Ottocento le Esposizioni erano un
mezzo straordinario per la diffusione della cultura industriale e divulgavano
l'idea di un benessere che, si pensava, sarebbe presto diventato universale.
Gli ultimi risultati della ricerca tecnologica, le applicazioni della scienza
all'industria, al lavoro e alla vita di tutti giorni durante le Esposizioni
diventavano spettacolo nei grandi padiglioni di ferro e vetro allestiti
in primavera nei parchi cittadini, come a Parigi nel 1889. |
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Se questi erano i modelli, la realtà di Bologna ne era
ancora lontana.
Nel 1888 la città aveva 130.000 abitanti, di cui soltanto il
4% erano impiegati nell'industria. L'illuminazione elettrica, già
in funzione in alcune zone di Milano da qualche anno, a Bologna non aveva
ancora messo piede. L'Università contava 1.500 studenti.
I politici e gli intellettuali bolognesi, consapevoli di quanto avveniva
al di là delle Alpi e nella vicina Milano, avevano già organizzato
con successo due importanti convegni scientifici internazionali nel 1871
e nel 1881. Era il momento di moltiplicare gli sforzi: la grande Esposizione
e le celebrazioni per l'ottavo centenario dell'Università dovevano
rendere memorabile la primavera del 1888.
I preparativi non furono facili, a partire dalla scelta del luogo. L'Università
voleva l'Esposizione vicina alla propria sede per riutilizzarne in seguito
gli edifici. Si decise invece per i Giardini Margherita, vanto, come la
via Indipendenza allora in costruzione, del sindaco Gaetano Tacconi. Per
l'Esposizione, il cui comitato organizzatore era presieduto dall'onorevole
Giovanni Codronchi, vennero stanziate un milione e mezzo di lire, tra fondi
statali e locali.
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Dal 1887 un giornale ufficiale tenne informati i cittadini sui lavori
e gli avvenimenti principali dell'Esposizione e dell'ottavo centenario.
L'inaugurazione dell'Esposizione, già annunciata dai manifesti per
il 1 maggio - data tradizionale di apertura delle Esposizioni
Universali - fu rimandata al 6. Nonostante il ritardo, le cronache descrissero
la giornata come una giornata molto speciale per la storia della città. |
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Il giorno dell'inaugurazione non tutto filò liscio. Ma
i giornalisti allora, e gli storici in seguito, non sembrano avere avuto
molta curiosità in campo tecnologico. Non si accorsero che durante
l'inaugurazione mancava proprio ciò di cui da anni si parlava sui
giornali specialistici come su quelli popolari di tutto il mondo: la luce
elettrica. Settimane di lavoro frenetico e un'ultima notte insonne non
erano bastate per far funzionare le macchine della Società Generale
di Elettricità Edison di Giuseppe Colombo, che dovevano dare l'elettricità
all'Esposizione.
L'Esposizione cominciò comunque illuminata, se non altro,
dalla presenza dei reali, del Presidente del Consiglio Francesco Crispi,
di vari onorevoli, dei notabili locali, di ben sessanta bande musicali e
di migliaia di cittadini.
Il successo fu assicurato. |
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L'Esposizione era divisa in tre sezioni: un'esposizione regionale
di agricoltura e industria, un'esposizione nazionale d'arte e un'esposizione
internazionale di musica.
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I padiglioni dell'agricoltura, dell'industria e il Palazzo dei
concerti vennero costruiti, come si è detto, nei Giardini Margherita,
mentre il Padiglione delle belle arti ebbe per sé il complesso di
S. Michele in Bosco.
Una funicolare collegava "in due minuti" i Giardini Margherita
con S. Michele in Bosco, come vantava l'ingegnere Alessandro Ferretti, costruttore
anche del tramway che collegava l'Esposizione alla città. |
Il progetto complessivo dell'Esposizione era dell'ingegner Filippo
Buriani e un architetto alla moda, Sezanne, aveva curato il design, che
si voleva particolarmente elegante.
Il pubblico borghese fu il più numeroso e dimostrò di apprezzare
i "restaurantas" e specialmente il "café chantant",
affidato in gestione a un signor Wilezik di Vienna. |
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Le esposizioni avevano tra gli altri lo scopo di familiarizzare
i lavoratori con le tecnologie più avanzate. Anche in Italia le
industrie maggiori organizzavano per i propri operai delle visite di istruzione.
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A Bologna, dove la Galleria del lavoro fu tra le più visitate,
vi era un padiglione apposito per accogliere i lavoratori.
Il Palazzo della musica, che aveva ospitato l'inaugurazione, fu la sede
di numerosi concerti. La sezione musicale, della quale Giuseppe Verdi era
presidente onorario e Arrigo Boito presidente effettivo, era l'unica sezione
internazionale dell'Esposizione e numerosi musicisti e direttori arrivarono
da tutta Europa per esibirsi a Bologna. |
| A S. Michele in Bosco le belle arti, sotto la direzione di Enrico
Panzacchi, erano divise in due sezioni, una d'arte nazionale e l'altra dedicata
agli artisti locali. Come voleva la tradizione delle esposizioni, alcune
giurie valutavano, per ogni sezione in mostra, gli espositori migliori,
assegnando medaglie d'oro, d'argento e di bronzo. |
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Il Padiglione dell'agricoltura fu considerato all'altezza della fama
agricola della regione, con malcelato dispiacere di alcuni membri del comitato
organizzatore, che speravano in una crescita industriale della città
e si sentirono confortati dal fatto che i visitatori del Padiglione agricolo
furono prevalentemente degli addetti ai lavori mentre quello dell'Industria
fu visitato da un pubblico più vasto ed eterogeneo. Il Padiglione
dell'industria fu in effetti la meta preferita dell'Esposizione. |
| Cronografi, macchine a vapore e macchine tipografiche, telefoni,
macchine elettriche e soprattutto le macchine dell'ingegner Riva, della
futura Riva-Calzoni, la ditta bolognese che produceva attrezzature per la
trasformazione dei prodotti caseari a livello industriale, ebbero un successo
straordinario. |
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L'Esposizione si protrasse per tutta l'afosa estate bolognese e,
considerato che la Galleria del lavoro ospitava macchinari in funzione,
venne istallato un sistema di aerazione che fu presto una delle principali
attrattive dell'Esposizione. |
Dietro al Palazzo dell'industria che ospitava la Galleria del
lavoro era situata la palazzina degli impianti per l'illuminazione e la
Mostra di elettricità.
In Italia la prima centrale elettrica destinata all'illuminazione cittadina,
funzionante con macchinari provenienti dalle officine americane di Tomas
Edison, fu realizzata a Milano da Giuseppe Colombo tra il 1884 e il 1885. |
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L'ingegner Jacopo Benetti, futuro direttore della Scuola d'applicazione
per ingegneri dell'Università di Bologna, era responsabile della
sezione meccanica e del Padiglione dell'elettricità.
Fu lui ad affidare alla Società Edison di Colombo l'incarico di
illuminare l'Esposizione emiliana, per una spesa complessiva di 42.000 lire. |
Dalle lettere di Colombo a Benetti, risulta che l'ingegnere incaricato
dalla Edison di seguire i lavori a Bologna aveva trovato "molta mollezza
da tutte le parti", il che avrebbe reso difficile l'installazione delle
macchine. In ogni caso, sebbene in ritardo, l'Esposizione ebbe l'elettricità
e fu un'occasione per proporre ai bolognesi l'idea di illuminare di luce
elettrica la città.
I visitatori dell'Esposizione furono mezzo milione (nel 1881 a Milano
erano stati quasi due milioni). Pochi, si disse, considerati i sei mesi
di apertura e la concomitanza con i festeggiamenti per l'ottavo centenario
dell'Università. In realtà la città si mostrò
capace di uno straordinario sforzo organizzativo, con risultati complessivamente
soddisfacenti. Imprenditori e amministratori, inoltre, verificarono il polso
dell'economia regionale: per la prima volta dopo l'unità erano state
messe alla prova le potenzialità della città e della regione
in un nuovo tipo di iniziative. |
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Come è noto, il 1888 fu un'esperienza importante anche
per l'Università. Il confronto ravvicinato con le altre università
europee offrì lo stimolo per avviare negli anni successivi un rilancio
del prestigio scientifico dell'Ateneo.
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Il giornale dell'Esposizione, tuttavia, chiudeva l'esperienza
del 1888 in toni negativi. Lamentava soprattutto la mancanza di uno spirito
industriale in città. Era inutile, scriveva il giornale, sperare
per Bologna in un futuro industriale che andasse oltre la produzione di
cioccolata e mortadella in scatola (che comunque si erano imposte sul mercato
nazionale e internazionale). Meglio puntare sull'università, sulla
musica e sulla cultura, settori che all'Esposizione avevano dato i risultati
migliori.
Confortato dal sogno (destinato a durare) di una Bologna futura capitale
della cultura, il direttore del giornale se ne tornava rassegnato alla "vita
monotona e normale di provincia". |
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