
di Matteo Rozzarin
e Maria Pia Torricelli
L'ingegneria ha radici solide nella tradizione bolognese.
Il simbolo di questa tradizione è un edificio tra i più
importanti per la storia dell'architettura del Novecento in città:
la sede della Facoltà di Ingegneria progettata da Giuseppe Vaccaro
e inaugurata nel 1935. |
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Nell'edificio si possono "leggere" diverse cose: le ambizioni
modernizzatrici degli ingegneri, la consapevolezza del prestigio sociale
della loro professione, ma anche il ruolo importante riconosciuto ai libri,
cui è destinata l'imponente torre, elemento architettonico di maggior
richiamo della nuova Facoltà.
L'antica Scuola d'Applicazione degli Ingegneri, antenata della moderna Facoltà,
era stata aperta nel 1877. Fortemente voluta dalle autorità cittadine,
la Scuola proponeva il corso di studi e esperienze richiesto per conseguire
il titolo di ingegnere o architetto, necessario per "dirigere costruzioni
civili, rurali, stradali, idrauliche e meccaniche" e per esercitare
il ruolo di "perito giudiziale" in questi settori. |
Prima sede della Scuola fu l'edificio del soppresso monastero
di San Giovanni dei Celestini, vicino a Piazza Maggiore, e primo direttore
fu il modenese Cesare Razzaboni. Gli succedettero Jacopo Benetti, Silvio
Canevazzi, Luigi Donati, Attilio Muggia, Umberto Puppini e Giuseppe Sartori.
La Scuola intendeva soddisfare soprattutto la domanda di ingegneri proveniente
dalla realtà locale e regionale del tempo. Le materie d'insegnamento
erano perciò l'ingegneria civile e l'architettura, oltre a discipline
come l'economia rurale e l'agrimensura, proprie della tradizione ingegneristica
settecentesca. |
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Nel 1904 l'introduzione dell'elettrotecnica segnava una svolta importante,
rafforzatasi tra le due guerre con la creazione di apposite sezioni per
la meccanica e l'elettrotecnica, cui si aggiunsero molte altre specializzazioni
a partire dal secondo dopoguerra |

La formazione di una biblioteca fu tra i primi impegni assunti
dai fondatori della Scuola d'Applicazione, convinti che una ricca raccolta
di letteratura specializzata avesse importanza paragonabile a quella delle
collezioni degli strumenti necessari per i laboratori.
Nel 1888, a una decina d'anni dalla fondazione, la Scuola possedeva
più di 5.000 volumi e 103 periodici scientifici e tecnici, italiani
e stranieri.
Nel tempo questo patrimonio si è arricchito per acquisti e doni,
anche in ambito antiquario. Ora la biblioteca possiede circa 40.000 volumi
e 1.370 riviste. |
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Conformemente agli interessi prevalenti della Scuola, le discipline
meglio rappresentate nella biblioteca erano un tempo la matematica e specialmente
la geometria, la fisica, la meccanica - soprattutto quella applicata alle
macchine -, le costruzioni, l'idraulica, la chimica, la mineralogia, ma
anche l'agricoltura, l'estimo rurale, l'economia e, seppure con un modesto
numero di titoli, la storia della scienza.
Nella vecchia sede della scuola degli ingegneri la biblioteca si trovava
in due ampie sale del primo piano. Dal 1882 la biblioteca ebbe un proprio
regolamento che prevedeva un curatore - il primo fu Angelo Simonini, che
era anche segretario della Scuola - e una commissione con il compito di
programmare gli acquisti. |
L'orario di apertura più esteso nei pomeriggi sottintendeva
che la biblioteca era ritenuta complementare alle attività didattiche,
che si svolgevano prevalentemente il mattino; ma erano previste anche aperture
serali e nei giorni festivi.
Alla biblioteca erano ammessi i docenti e gli studenti, i diplomati,
i membri del Collegio degli Ingegneri e Architetti di Bologna e i professionisti
in genere, se presentati da un docente della Scuola.
Negli anni Ottanta dell'Ottocento fece parte della commissione per la
biblioteca il matematico e bibliofilo Pietro Riccardi, che con la sua profonda
cultura e sensibilità bibliografica esercitò una forte influenza
sull'impostazione originaria delle collezioni librarie. |
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Nel 1935 la biblioteca seguì la Scuola nella nuova sede sotto
le colline, dove Giuseppe Vaccaro riservò ai libri uno spazio importante
e funzionale nella torre, alta 45 metri, posta all'ingresso della Facoltà. |

Nell'Ottocento l'allievo ingegnere era ammesso al triennio della
Scuola d'Applicazione dopo avere frequentato il biennio propedeutico della
Facoltà di Scienze.
L'offerta didattica della Scuola si distingueva in principio per l'insegnamento
di materie "classiche" come la topografia, l'idraulica, l'architettura
tecnica, le costruzioni civili e rurali, la meccanica applicata alle macchine,
le macchine termiche, le strade ferrate, l'economia e l'estimo, alcune materie
giuridiche.
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L'orario delle lezioni prevedeva una media di 42 ore settimanali
per 216 giorni all'anno. Grazie alla presenza degli assistenti, il rapporto
tra maestri e allievi era quasi individuale.
L'impostazione prevalentemente teorica delle lezioni era in parte mitigata
dall'abbondante ricorso a strumenti didattici come le esercitazioni e soprattutto
il disegno geometrico, architettonico e meccanico, vero e proprio linguaggio
espressivo dell'ingegnere.
Le visite ai cantieri di importanti opere pubbliche in corso e i viaggi
d'istruzione in Italia e all'estero per i laureandi completavano la formazione
dell'ingegnere. |
Oltre che luoghi di importanza fondamentale per la didattica,
i laboratori e i gabinetti scientifici erano il luogo in cui si svolgeva
la ricerca dei docenti e degli assistenti.
Dietro il pagamento di apposite tariffe, macchine e strumenti venivano
utilizzati anche per operazioni di taratura, misurazione e prova dei materiali
per conto di enti, imprese e professionisti. |
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Il più importante di questi laboratori nella storia della
Scuola d'Applicazione fu certamente il Laboratorio di Prova e Resistenza
dei Materiali fondato nel 1889 da Silvio Canevazzi, che qui vediamo nella
nuova sede della Facoltà. |
| Nel nuovo edificio della Facoltà realizzato tra le due guerre
mondiali, la disposizione a pettine dei corpi di fabbrica consentiva di
avere locali indipendenti per le attività didattiche e di ricerca
delle principali aree disciplinari. |
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Fino agli anni Cinquanta del Novecento, la Scuola e poi la Facoltà
d'Ingegneria di Bologna produssero soprattutto ingegneri civili, cioé
tecnici polivalenti che trovavano nella libera professione, oltre che nelle
pubbliche amministrazioni, la principale fonte di occupazione.
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In Italia il settecentesco Collegio degli Ingegneri era stato soppresso
da disposizioni napoleoniche all'inizio dell'Ottocento, e così gli
ingegneri dediti alla professione fecero capo alla Associazione Nazionale
degli Ingegneri Italiani che aveva il compito di coordinare le varie associazioni
locali come quella di Bologna che pubblicava degli Atti e aveva un suo Bollettino
L'albo professionale degli ingegneri venne ricostituito con una legge
del 1923, e fino al 1943 fu gestito dalla Confederazione Fascista dei Professionisti
e degli Artisti.
Dal 1945 gli ingegneri di Bologna iscritti all'Albo professionale fanno
capo all'Ordine degli Ingegneri della Provincia di Bologna e hanno un loro
giornale, Ingegneri e costruttori, divenuto nel 1949 Ingegneri
Architetti Costruttori. |
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